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Inquinamento luminoso: leggi regionali sotto accusa

di: Roberto Frazzoli fonte: 'Il Giornale dell'Installatore Elettrico'
16.03.2009
La direttiva europea, detta del “nuovo approccio”, consiglia ai legislatori di fissare solo gli obiettivi da raggiungere, lasciando che le modalità pratiche di esecuzione seguano l’evoluzione delle tecnologie

Sono state criticate le prescrizioni di legge che raccomandano l’uso di apparecchi illuminanti a vetro piano, che - a causa delle riflessioni interne - offrono prestazioni inferiori agli apparecchi dotati di vetro curvo

Sperimentazioni condotte su strade a due corsie e su svincoli autostradali hanno dimostrato che gli apparecchi a vetro curvo consentono una riduzione dei consumi del 27% e una diminuzione della riflessione verso l’alto (corresponsabile dell’inquinamento luminoso) del 29 per cento

“Manteniamo la luce accesa”: questo il titolo scelto da Assil, Associazione nazionale produttori illuminazione, per la propria convention 2008, tenutasi a Milano Marittima con la partecipazione di Aidi (Associazione italiana di illuminazione) e Apil (Associazione professionisti dell’illuminazione). Al centro del dibattito il tema dell’illuminazione pubblica e - in primo luogo - le leggi regionali contro l’inquinamento luminoso, accusate di bloccare il progresso tecnologico impedendo la riduzione dei consumi energetici. Uno degli aspetti maggiormente criticati dalle associazioni di settore è la scelta in favore degli apparecchi illuminanti a vetro piano.

Il problema
Com’è noto, l’inquinamento luminoso costituisce un problema soprattutto per gli astronomi, poiché rende difficile l’osservazione dei corpi celesti. I termini della questione sono stati illustrati dall’astronomo Sergio Ortolani dell’università di Padova. Il relatore ha affermato che dal 1965 al 1995 la luminosità del cielo in Italia è aumentata di un fattore compreso tra 3 e 5, ricordando che per questo motivo alcuni osservatori astronomici sono stati abbandonati: è il caso del sito di Merate. L’installazione dei telescopi in aree remote non sembra rappresentare una soluzione valida: ad esempio l’osservatorio del Paranal, situato in una zona isolata del Cile, è disturbato dalle luci di una città che sorge a centoventi chilometri di distanza. Ortolani giudica positivamente gli sforzi volti a ridurre l’inquinamento luminoso, ma riconosce che la questione è più complessa di quanto possa apparire e deve quindi essere affrontata da professionisti. L’illuminazione pubblica non è l’unica responsabile del fenomeno: secondo il relatore, una delle fonti più fastidiose di inquinamento luminoso è costituita dai globi utilizzati quasi ovunque per l’illuminazione dei giardini privati.

La critica delle leggi regionali
La critica delle leggi regionali volte a ridurre l’inquinamento luminoso è stata affidata principalmente alla relazione di Paolo Soardo, docente dell’Istituto Galileo Ferraris di Torino.
“Il mio intervento è basato su misure” ha affermato il professore all’inizio della sua applaudita relazione. Soardo ha criticato innanzitutto la filosofia complessiva delle leggi regionali, che fissano specifiche modalità tecniche di esecuzione degli impianti e in questo modo bloccano le possibilità di innovazione tecnologica. La direttiva europea, detta del “nuovo approccio”, consiglia invece ai legislatori di fissare solo gli obiettivi da raggiungere, lasciando che le modalità pratiche di esecuzione seguano l’evoluzione delle tecnologie. Il relatore ha contestato in modo particolare le prescrizioni di legge che raccomandano l’uso di apparecchi illuminanti a vetro piano, i quali in realtà - a causa delle riflessioni interne - offrono prestazioni inferiori agli apparecchi dotati di vetro curvo. Sperimentazioni condotte su strade a due corsie e su svincoli autostradali hanno infatti dimostrato che gli apparecchi a vetro curvo consentono una riduzione dei consumi del 27per cento e una diminuzione della riflessione verso l’alto (corresponsabile dell’inquinamento luminoso) del 29 per cento.
Molte leggi regionali, inoltre, raccomandano l’uso di lampade al sodio ad alta pressione, ma oggi le sorgenti luminose a ioduri metallici (luce bianca) offrono valori di efficienza luminosa uguali o superiori. La luce bianca migliora la visibilità degli ostacoli e consente pertanto di ridurre il livello di illuminazione (e con esso i consumi) senza rischi per la sicurezza stradale. Questa possibilità è prevista dalle norme Uni e, come ha ricordato Soardo, per la legge italiana la conformità alle norme tecniche (Iso, Cen, Uni) è sufficiente a dimostrare che l’impianto è stato realizzato a regola d’arte. Risparmi energetici possono essere ottenuti anche utilizzando segnali stradali luminosi.
A proposito dei risultati vantati dagli enti locali che provvedono a rinnovare impianti di illuminazione pubblica, Soardo ha affermato che occorre confrontare “il nuovo con il nuovo, non il nuovo con il vecchio”; in altri termini, qualunque nuova installazione consente di ottenere miglioramenti rispetto a impianti obsoleti, ma ciò non significa che la soluzione tecnologica prescelta sia la migliore in assoluto.
Il relatore ha inoltre sostenuto che nei centri abitati gli edifici bloccano parte della luce diretta verso l’alto (riducendo di fatto l’entità dell’inquinamento) e che il flusso luminoso inquinante è dovuto soprattutto alle riflessioni dell’asfalto. Ha infine mostrato esempi di lampioncini che possono essere liberamente installati nelle vicinanze del telescopio delle Canarie, mentre sono vietati nell’intero territorio di Lombardia, Emilia Romagna e Marche.

Una speranza: i regolamenti attuativi
Gianni Drisaldi di Apil ha proposto di puntare sui regolamenti attuativi per ovviare, almeno in parte, ai difetti delle leggi regionali. Il relatore ha ricordato che diciassette regioni italiane si sono già dotate di leggi sull’inquinamento luminoso; alcune di esse sono simili tra loro e molte non sono ancora state attuate in pratica.
Anche Drisaldi, come Soardo, ha lamentato il fatto che queste leggi contengano formule matematiche e numeri (anziché limitarsi a fissare obiettivi); ha inoltre sottolineato le differenze esistenti tra regione e regione soprattutto per quanto riguarda aspetti quali l’illuminazione dei monumenti, l’uso di determinati tipi di sorgenti luminose, le deroghe per determinati apparecchi illuminanti. Secondo Drisaldi, la prevista trasformazione dello Stato in senso federale suggerisce di prendere atto dell’esistenza delle leggi regionali, che difficilmente potranno essere rimpiazzate da un’unica legge nazionale. Occorre quindi fornire alle regioni gli strumenti tecnici per redigere regolamenti attuativi che possano sopperire almeno in parte ai difetti delle leggi. Alcune regioni si sono recentemente dotate di regolamenti attuativi ritenuti da Drisaldi tecnicamente accettabili; tali documenti potrebbero quindi servire da esempio per tutte le altre regioni.
Secondo il relatore, l’esempio pratico fornito da altri amministratori pubblici ha maggiori probabilità di essere seguito rispetto a un documento tecnico elaborato dall’industria.

Le politiche d’acquisto della P. A.
Nel corso del convegno si è tenuta anche una tavola rotonda dedicata alle politiche d’acquisto della pubblica amministrazione, con riferimento agli apparecchi illuminanti. Filippo Bernocchi di Anci (Associazione nazionale comuni italiani) ha riconosciuto che molti piccoli comuni non dispongono delle competenze tecniche necessarie a valutare le tecnologie di illuminazione pubblica e ha auspicato un maggiore approfondimento tecnico da parte di Consip, la società del Ministero dell’economia incaricata di razionalizzare gli acquisti della pubblica amministrazione. L’acquisto tramite Consip è comodo per i comuni, che in alternativa dovrebbero indire apposite gare esponendosi a incertezze normative. Chiamato in causa più volte nel corso del convegno, il rappresentante di Consip (Marco Gasparri) ha espresso la disponibilità ad ascoltare le ragioni di Assil.
Dal canto suo Mario Denni, in rappresentanza dell’Autorità garante per la concorrenza e il mercato, ha auspicato l’eliminazione delle differenze regionali e l’adozione di un’unica legge nazionale. Ha inoltre sostenuto che nei rapporti con Consip le piccole aziende sono svantaggiate rispetto alle grandi.
Angelo Giammario della Regione Lombardia ha ribadito più volte la sincera disponibilità del Pirellone ad ascoltare le critiche espresse dalle aziende del settore e a correggere i difetti delle leggi regionali vigenti. Apil, per bocca della presidente Cinzia Ferrara, ha auspicato che anche per gli impianti di illuminazione pubblica sia introdotto l’obbligo di redigere progetti ed effettuare collaudi. Dante Cariboni di Assil ha sostenuto che i produttori italiani, primi nel mercato europeo degli apparecchi illuminanti, non chiedono protezione alle autorità italiane, ma soltanto norme più chiare. Cariboni ha inoltre proposto a Consip di inserire tra i requisiti degli apparecchi illuminanti una certificazione di parte terza, ad esempio Imq.

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