Nuovi orientamenti per i luoghi di lavoro
07.01.2008
Esiste l'illuminazione ideale per gli ambienti di lavoro ? È difficile rispondere oggi a questa domanda perché la sua formulazione sottende troppi elementi generici. Che tipo di ambiente, che tipo di lavoro e svolto da quali persone? Questi sono i primi nodi da sciogliere. E poi l'illuminazione è naturale, artificiale, oppure mista? E quali sono gli orari di lavoro? Si prevedono attività serali o notturne? In realtà la migliore illuminazione è quella che nasce dall'analisi dei veri bisogni degli occupanti, ossia delle concrete condizioni di lavoro in un luogo reale. E considerando che la tendenza dei nostri tempi è quella di imprimere dinamismo al lavoro e dare sempre nuove motivazioni alle persone, è evidente che ai bisogni di tipo fisiologico - come il vedere bene, velocemente e in modo accurato - si affiancano le esigenze, certamente più sottili e difficili da analizzare, di ordine psicologico, legati alla sensibilità e alla cultura degli individui. E in questo approccio al progetto non è più sufficiente ottemperare ai criteri canonici dell'illuminotecnica, basati sostanzialmente sulla quantificazione delle principali grandezze fotometriche, come gli illuminamenti e le luminanze. È necessario andare oltre, cioè pensare all'illuminazione come a una condizione dell'ambiente interno non statica ma dinamica; non semplicemente al servizio di attività e mansioni (lettura, scrittura, lavoro al computer), bensì in grado di determinare uno stato di benessere psico-fisico.
La luce dinamica Ragionando di atmosfere e di effetti luminosi non è più possibile attenersi solo a degli standard normativi, ma piuttosto è utile definire precisi orientamenti di progettazione della luce. Neanche le funzioni lavorative sono più codificate come costanti e in maniera rigida. Lavoro "flessibile" vuol dire lavoro in continuo mutamento. In effetti è questa l'unica vera costante, ovvero la disponibilità al mutamento richiesto agli occupanti. In un'economia sempre più globalizzata e influenzata dallo sviluppo tecnologico, cambiano rapidamente gli strumenti e le attrezzature di lavoro, così come si avvicendano i ruoli e si moltiplicano le strategie produttive e di mercato. Il lavoratore, nella pratica quotidiana, non è più legato alla propria postazione ma cerca o adatta, di volta in volta, il proprio luogo in vista della specifica attività che deve svolgere in un dato momento della giornata. E spesso il lavoro richiede lo scambio di informazioni, riunioni e meeting con i colleghi, oppure il cosiddetto "training", cioè la formazione e l'autoapprendimento. I riflessi di questi nuovi scenari del mondo del lavoro sono molteplici. Uno di questi, a cui si dedica molta attenzione, riguarda l'illuminazione. Oggi, come si è detto, si parla sempre più di luce dinamica, cioè di luce che può cambiare in intensità e in tonalità (temperatura di colore) con un semplice telecomando, oppure automaticamente, nell'arco della giornata lavorativa, seguendo un ciclo continuo che tuttavia è possibile modificare facilmente con interventi manuali (figura 7).
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L'apparecchio a luce variabile si basa sull'elementare principio della regolazione elettronica del flusso luminoso effettuato su un gruppo di lampade alloggiato al suo interno. Si tratta di lampade ad alta efficienza e di differente temperatura di colore, caratterizzate dagli ingombri ridotti, come le ultime fluorescenti "T5" con diametro del tubo di scarica di 16 millimetri. Un dettaglio, questo, di una certa importanza per mantenere ridotte anche le dimensioni degli apparecchi. Pur garantendo buoni rendimenti luminosi è possibile inserire più lampade nello stesso apparecchio e, regolandole separatamente, si ottiene il cambiamento della quantità di luce e della temperatura di colore (ossia della tonalità della luce eterocromatica). Disponendo, ad esempio, di fluorescenti da 5500 K e da 3000 K si crea un ciclo giornaliero di variazioni, in modo che all'inizio del giorno la luce artificiale sia fredda e intensa, in accordo con l'andamento della luce naturale. Nelle ore prossime alla pausa pranzo di metà giornata si passa alla luce calda (3000 K) con illuminamenti inferiori, un'illuminazione più riposante e rilassante, per riprendere il ciclo freddo-caldo, più luce e meno luce, nell'arco del pomeriggio e della sera.
Il contenimento dei consumi energetici Un ulteriore aspetto di cui è bene tener conto è quello del risparmio di energia elettrica. Con i sistemi di illuminazione dinamica si evitano gli sprechi perché la regolazione automatica sfrutta al massimo il contributo offerto dalla luce naturale. Le modulazioni in quantità, infatti, si differenziano per aree perché, nella maggioranza dei casi, non tutto lo spazio di lavoro può trarre vantaggio dalla presenza di luce naturale e comunque il sole e il cielo non garantiscono sempre i livelli adeguati di illuminamento, a causa delle variazioni meteorologiche e del succedersi delle stagioni,. Come è noto, inoltre, la stessa alimentazione elettronica delle lampade fluorescenti permette ulteriori risparmi nei consumi elettrici, rispetto ai tradizionali sistemi elettromagnetici.
L'illuminazione mobile Un altro aspetto rilevante nell'illuminazione dei luoghi del lavoro riguarda la flessibilità degli impianti, ossia la possibilità di modificare oltre che la quantità e la temperatura di colore della luce, anche la sua distribuzione nell'ambiente. Nel segno della flessibilità impiantistica è da interpretare l'attuale tendenza a illuminare le postazioni di lavoro con apparecchi mobili a doppia emissione. Si tratta di apparecchi forniti di una robusta base a pavimento, che regge uno stelo alla cui estremità è ancorato il vero e proprio apparecchio equipaggiato con lampade ad alta efficienza, basse emissioni termiche, e dotato di ottiche anti-abbagliamento per l'illuminazione del piano orizzontale di lavoro e della soffittatura (illuminazione mista, diretta e indiretta) (figura 6).
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La distanza della fonte di luce dal pavimento - generalmente dai 2 ai 2,4 metri - permette di avere la distanza giusta dal soffitto, anche in ambienti con soffitti bassi. Bisogna infatti ricordare che l'effetto di diffusione della luce fornito dagli apparecchi "uplighter" (cioè adatti per l'illuminazione indiretta) richiede fasci larghi e distanze tra apparecchio e soffitto superiori ai 50 centimetri. I migliori modelli di apparecchi mobili sono dotati di doppio regolatore di flusso, in modo da dare all'utilizzatore la possibilità di determinare a piacere la migliore miscelazione di luce diretta e indiretta. Spostamenti di scrivanie, sedute, arredi, attrezzature, non costituiscono più un problema perché gli apparecchi mobili non hanno ancoraggi fissi. È sufficiente preoccuparsi della presa elettrica e del cavo di alimentazione. Oltre agli apparecchi mobili sono molto utilizzati i sistemi modulari a sospensione e gli incassi. In entrambi questi ultimi casi la distribuzione della luce presenta un marcato carattere diffusivo. La diffusione della luce negli apparecchi con ottiche miste (figure 1, 6, 7) fonde insieme le emissioni dirette con quelle indirette. Quando la soffittatura non è adatta per l'illuminazione indiretta, sono consigliabili gli apparecchi muniti di elementi ottici a diffusione anche combinati con elementi ottici anti-abbagliamenti e anti-riflesso derivati dalle ottiche "dark light" (figura 1). La luce ad alto grado di diffusione permette all'occhio di adattarsi con il minimo sforzo a luminanze (cioè luminosità delle superfici osservate) di differente valore. Infatti, se intorno all'oggetto osservato - poniamo un foglio di carta sul piano di una scrivania - ci sono zone in penombra di una certa ampiezza, zone a bassa luminanza perché rinviano luce di debole intensità, l'apparato visivo subisce un stress, ossia un affaticamento in misura tanto più rilevante quanto più grandi sono queste disparità. Nell'istante in cui l'occhio si discosta dal compito visivo inizia il processo di adattamento dell'iride alla luminanza del nuovo campo mirato. La fatica visiva è causata dai reiterati interventi di contrazione e dilatazione dell'iride che si sovrappongono all'azione di messa a fuoco svolto dal muscolo ciliare per modificare la struttura del cristallino (processi di adattamento e di accomodamento). Allo scopo di alleviare lo sforzo degli occhi è opportuno limitare il divario esistente tra la luminanza media del compito visivo e quella del suo intorno. Si consiglia pertanto di contenere il rapporto tra le due luminanze tra i valori di 3/1 e di 1/3, rispettivamente nei casi in cui l'oggetto restituisca più o meno luce verso l'osservatore. Il rapporto di 1/3 sopra citato si riduce a 1/10 se consideriamo, al posto delle zone immediatamente circostanti il compito visivo, le zone più periferiche, identificabili normalmente nelle pareti, nelle soffittature e nei pavimenti.
Il controllo dell'abbagliamento Infine un ulteriore elemento - molto importante ai fini del benessere o comfort visivo - è dato dal controllo dell'abbagliamento e delle riflessioni sugli schermi dei monitor. II fenomeno dell'abbagliamento può disturbare la visione anche senza, necessariamente, procurare un vero e proprio impedimento visivo o riduzione del dato percepito. Negli interni si verifica quando la luminanza delle sorgenti di luce, dirette o indirette, supera la media dalle luminanze di tutte le superfici che compongono l'ambiente. Si può considerare, in altri termini, come un'accentuata differenza o disuniformità delle luminanze contenute nel campo visivo. Le forti luminanze sono quelle dirette delle sorgenti di luce, oppure quelle indirette o riflesse delle stesse su superfici semi-speculari come gli schermi dei monitor. Il fenomeno non è provocato solo da lampade e apparecchi, ma anche da quelle superfici riflettenti (pareti, pavimenti, soffitti, elementi di arredo) che, investite dalla luce, assumono il ruolo di sorgenti secondarie ad alta luminanza. Ai fini dell'effetto di abbagliamento conta molto la direzione dei fasci proiettati verso l'osservatore. Un apparecchio del tipo a proiettore collocato a soffitto, sopra l'osservatore, non produrrà alcun abbagliamento perché la direzione dei fasci è molto lontana dai possibili assi di mira. Se invece l'apparecchio è posto di fronte all'osservatore, oppure poco al di sopra dell'asse orizzontale dello sguardo, i fasci proiettati saranno la causa di un fastidioso effetto che, pur non ostacolando la visione come si è detto, genera però sensazioni di disturbo e di disagio. È necessario, perciò, controllare che nella zona compresa tra gli angoli di 45° e 85°, misurati dall'asse verticale dell'apparecchio, non vi siano emissioni a forte intensità, indicativamente superiori a circa 2000 cd/m2. Gli impianti ad alto grado di flessibilità consentono agli utilizzatori di intervenire in modo facile e diretto per eliminare tutti gli effetti disturbanti.
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