Attualità

Gestire la luminanza delle sorgenti luminose

Come possiamo gestire la luminanza delle sorgenti luminose? La norma la fa tramite il parametro UGR (Unified Glare Rating) che è un fattore unificato in campo internazionale, per la valutazione dell’abbagliamento diretto. Un'attenzione fondamentale è quindi quella di scegliere apparecchi di illuminazione che abbiano dei bassi indici di rischio fotobiologico

Hai mai provato a guardare il sole senza alcun filtro? Bè, se hai provato a farlo sono certo che non sarai riuscito a tenere gli occhi aperti per oltre un secondo. La superficie solare infatti si stima abbia una luminanza di 1,65 miliardi di candele al metro quadrato. Capisci quindi quanto la luminanza possa disturbare l’osservatore.

Per fare un esempio meno estremo del precedente ti basta fare il paragone tra una lampada a ioduri metallici da 70W il cui flusso luminoso è di circa 5.600 lm rispetto una plafoniera 2x36W il cui flusso luminoso è simile (circa 6.000 lm).  Ti puoi però accorgere facilmente che la sensazione luminosa sia ben diversa. Pur essendo il flusso luminoso maggiore nella plafoniera 2x36W, se la guardi, non resti infatti abbagliato come invece capita con la lampada da 70W a ioduri. Questo perché il flusso luminoso dei tubi fluorescenti da 36W viene emesso da una grande superficie mentre il flusso luminoso della lampada a ioduri metallici viene emesso da una superficie molto piccola e quindi la luminanza è maggiore.

E più la luminanza è elevata, più l’osservatore potrà trovarsi a disagio.

Come possiamo gestire la luminanza delle sorgenti luminose?

La norma la fa tramite il parametro UGR (Unified Glare Rating) che è un fattore unificato in campo internazionale, per la valutazione dell’abbagliamento diretto relativamente ad ogni specifica applicazione. Questo indice valuta la presenza, in un ambiente, di abbagliamento di tipo molesto.

Più basso è l’UGR, tanto più ridotto sarà l’indice di abbagliamento.

In realtà non ha importanza che l’abbagliamento sia di tipo diretto o di tipo riflesso (indiretto). In ogni caso, qualora ci troviamo in presenza di elevata luminanza, se prolungata nel tempo, può portare a malessere.

Ma oltre l’abbagliamento, l’illuminazione artificiale ha anche altri effetti sulle persone, sia dal punto di vista mentale che fisico. Fra questi spiccano gli effetti fotobiologici.

La luce è una radiazione visibile. Intrinseca in questa radiazione possiamo trovare anche radiazioni ultraviolette (UV) e infrarossi (IR) che non sono visibili a occhio nudo tuttavia possono avere effetti nocivi sui tessuti biologici oculari e non solo. Oltre a questi, in particolare l’illuminazione a LED, può presentare anche un altro difetto: la luce blu che può danneggiare la retina.

Diventa quindi fondamentale scegliere apparecchi di illuminazione che abbiano dei bassi indici di rischio fotobiologico.

Ne parliamo nel numero di maggio del Giornale dell’Installatore Elettrico, in cui pubblichiamo una bella analisi su come gestire in maniera corretta l’abbagliamento delle sorgenti luminose e quali accorgimenti prendere per ridurlo al di sotto dei limiti consentiti dalla norma UNI EN 12464-1 relativa all’illuminazione dei luoghi di lavoro interni.

 

Ti interessa approfondire questo tema? Segui il Giornale dell’Installatore Elettrico: iscriviti gratuitamente e sfoglia l’ultimo numero sulla nostra edicola digitale.